La Costituzione della Repubblica Italiana recita all'Art. 9:
La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

venerdì 21 ottobre 2011

Ebbene sì, ha vinto Confindustria. E ora?

Sembra che in Toscana, 26 anni dopo la “legge Galasso”, si sia ancora molto lontani dall’assegnare alla tutela delle qualità del territorio priorità rispetto allo sviluppo del cemento.

di Claudio Greppi, Eddyburg, 21 ottobre 2011


Con il comunicato di ieri del presidente della Regione Enrico Rossi e con l’intervista di oggi su Repubblica di Antonella Mansi, presidente di Confindustria Toscana, la vicenda Laika al Ponterotto passa ad una nuova fase. E’ vero, abbiamo cercato di impedire il trasferimento dei reperti archeologici che per quasi tutti (tranne i responsabili, per l’appunto) è uno scempio senza senso, che ci coprirà di ridicolo. Una soluzione poteva anche essere trovata, lasciando i reperti al loro posto e modificando la planimetria del capannone: ma non ne hanno voluto sapere. Vogliono far presto e bene, come dice spesso Rossi: perderanno un sacco di tempo (e di soldi) e faranno male, diciamo noi.

Tutto ciò ha contribuito a rimettere in luce una vicenda lunga dieci anni, pieni di dubbi e di passaggi poco chiari. Il terreno, agricolo, è stato venduto a prezzo industriale come dice oggi il direttore di Laika De Haas, e ripete il presidente Rossi, oppure no? Circa 20 € al metro quadro, nel 2002, sono tanti o pochi? Quali erano le alternative, se sono state cercate, e se no, perché? E la lunga procedura della valutazione, richiamata dal Sindaco, è stata una cosa seria o una farsa? E le cosiddette mitigazioni, a cui ancora oggi ci si appella, hanno ancora senso, dopo la scoperta dei reperti? E perché non è mai stato fatto un serio rilievo del terreno, quando era il momento? E chi, fra i responsabili ai vari livelli, conosce davvero la consistenza dei ritrovamenti, sui quali non è ancora stata prodotta alcuna relazione? E perché tutta questa segretezza, nel tenere nascoste decisioni già prese più di un anno fa, nell’impedire addirittura la visione dell’area ai “non addetti ai lavori”?

Queste domande resteranno senza risposta, anche se si può dire che se prima se ne parlava solo a San Casciano, ora se ne parla in tutta Italia. Ma partiamo dall’episodio di giovedì 13 ottobre, ben documentato su: http://inchieste.repubblica.it/. Nel corso della preparazione di un servizio sul caso Laika due giornalisti di Repubblica, Francesco Erbani e Mario Neri, si avvicinano con la telecamera per riprendere, dall’esterno, la zona degli scavi più vicina alla strada provinciale, dove stanno lavorando alcuni addetti della Soprintendenza: i quali accorrono subito al cancello del cantiere, intimano ai due giornalisti di andarsene e minacciano l’intervento dei carabinieri. Il tutto in nome del “Codice del Paesaggio”, che dovrebbe, a sentir loro, tutelare la riservatezza degli operatori, anche quando si tratta di beni culturali oggetto di discussioni pubbliche (e di fotografie sui giornali). Un simile trattamento non era certamente stato riservato, solo due giorni prima, ai rappresentanti delle categorie, inclusa Confindustria, invitati dal Sindaco alla presentazione del progetto e alla visita degli scavi. Il Codice non dice niente di simile, ovviamente, ma l’episodio è indicativo di un certo modo di procedere, che d’ora in avanti sarà bene cambiare profondamente.

Il quadrato intorno a Laika, come titolava la settimana scorsa il giornale locale Metropoli, formato da amministrazione comunale, partiti (PD + PdL) sindacato e Confindustria, è così “magico” che ha sempre pensato di far scomparire con un tocco di bacchetta ogni forma di dibattito fondato sulla conoscenza dei fatti. Se la scoperta dei reperti archeologici è venuta a galla, già all’inizio dei lavori nella primavera del 2010, lo dobbiamo al fatto che alcuni cittadini curiosi, che ben conoscono questa parte del territorio, seguivano con molta apprensione lo sviluppo del cantiere, ben sapendo che quel terreno nascondeva notevoli sorprese, come infatti si stava puntualmente verificando. L’impresa non poteva far altro che chiamare la Soprintendenza archeologica, che in un primo tempo accettava qualche forma di dialogo con i visitatori (i curiosi) locali.

Quando le prime pietre cominciano a venir fuori dal terreno, secondo i solerti scavatori sono solo tracce di quei muretti che si mettono intorno agli olivi (forse in Puglia?): al che un agricoltore del posto fa notare che in quel fondovalle gli olivi non si coltivano, bisogna salire un centinaio di metri più su. Si trattava infatti del sito di origine etrusca, che emergeva ai piedi della collina accanto a una fontana settecentesca: proprio quello che i curiosi locali si aspettavano. Ne dà conto, del ritrovamento, un breve trafiletto su Repubblica del 7 giugno, che fa imbestialire la Soprintendenza. E qui si chiude ogni possibilità di rapporto amichevole con le autorità preposte allo scavo.

A una mia cortese richiesta via mail, l’ispettrice Alderighi rispondeva: “Le comunico che la situazione è del tutto tranquilla; è stato previsto un controllo archeologico dell'area su mia indicazione fin dal momento della procedura per la VIA; gli scarsi rinvenimenti che possono avere un interesse archeologico sono di minima importanza e verranno valorizzati nel miglior modo possibile”. E proseguiva con un tono sempre più seccato: “La curiosità sua e della popolazione deve attendere ancora un po’ in quanto è norma di questa Soprintendenza non rendere noto alcun risultato né agli studiosi né ai curiosi se non al termine dei lavori e, per iscritto, sul Notiziario della Soprintendenza che viene pubblicato l'anno successivo; pertanto, da parte di questa Soprintendenza, come per tutte le attività in altri siti, non è autorizzato alcun sopralluogo né rilasciato alcun comunicato durante i lavori; ad ogni modo si tratta di un cantiere privato e quindi, anche per quanto riguarda l'intero cantiere, a prescindere dai miseri ritrovamenti, un eventuale sopralluogo deve essere autorizzato dalla Proprietà”.

La mail è del 9 giugno dell’anno scorso. Soltanto di recente, nel mese di settembre, veniamo a sapere che nello stesso mese di giugno quella stessa Proprietà, con la maiuscola, aveva avanzato la richiesta di trasferire i “miseri ritrovamenti”, che allora comprendevano solo il sito etrusco-ellenistico, in altra sede: per poi estendere la richiesta, tre mesi dopo, a proposito del sito della villa romana. La richiesta era stata accolta dalla Soprintendenza regionale, e inviata a Roma al Ministero, che poi finirà per accoglierla, come è noto. Di tutto questo non trapela nulla, né sulla stampa né negli atti dell’amministrazione comunale.

Ogni tentativo di saperne di più era stato frettolosamente respinto. Cito dall’ordine del giorno presentato il 29 settembre da Lucia Carlesi:
“con domanda di attualità (delibera CC n. 26 de1 12 aprile 2010) furono richieste informazioni circa i ritrovamenti che stavano emergendo a Ponterotto avanzando richiesta di massima trasparenza e conoscenza del progetto e l'Amministrazione assicurò la presentazione di una relazione; la commissione Ambiente e Territorio nella seduta del 16 giugno 2010 esaminò la richiesta di sopralluogo sul cantiere Laika avanzata dei gruppi consiliari Laboratorio per un'Altra San Casciano-Rifondazione Comunista, Futuro Comune e Popolo della Libertà, per prendere visione degli scavi in corso e che tale richiesta fu respinta;”

Del trasferimento dei reperti si viene a conoscenza soltanto nello scorso agosto, anzi alla fine del mese, perché chi va a pensare che una delibera così importante venga presa dalla Giunta comunale il primo di agosto, senza alcuna pubblicità. E chi si poteva aspettare che il primo atto ufficiale in cui si parla di “accordo per la disciplina dei rapporti per la rimozione, ricollocazione, restauro e valorizzazione delle strutture archeologiche rinvenute in San Casciano Val di Pesa, località Ponterotto” venga non dalla Soprintendenza o dalla Regione, ma dalla Giunta che anticipa – senza neppure interpellare il Consiglio: e qui hanno commesso anche un errore procedurale, molto probabilmente – un protocollo che tutti gli interessati dovrebbero poi firmare. Qui si può dire che l’abitudine a lavorare di nascosto aveva preso un po’ la mano, ai nostri amministratori, forse convinti che nessuno si sarebbe accorto di quello che stavano facendo. Tanto più che se poi andiamo alla ricerca di qualcosa che somigli a un progetto di questa famosa “ricollocazione e valorizzazione” dei reperti dobbiamo andare a pescarlo in una deliberuccia precedente, risalente al 27 giugno, dal misterioso titolo “progetto esecutivo di valorizzazione dei siti archeologici e del parco sportivo ‘la Botte’ attraverso un sistema integrato di segnaletica turistica”.

Come mai il Sindaco avrà aspettato l’11 ottobre per presentare ufficialmente un progetto che se ne stava ben nascosto da tre mesi e mezzo? Come mai avrà scelto di presentarlo ai rappresentanti delle associazioni di categoria, e soltanto a loro: con successiva visita a “quei quattro sassi”, come li ha definiti la presidente di Confindustria? La risposta è semplice: perché solo nel mese di settembre un serio lavoro di denuncia e di comunicazione ha impegnato associazioni e comitati, oltre all’unica forza di opposizione rappresentata in Consiglio Comunale, quella di Laboratorio per un’altra San Casciano – Rifondazione Comunista. E’ stato sufficiente inventare un sito (http://archeopatacca.blogspot.com/), preparare qualche comunicato che dava pubblicità alla protesta per la mancanza di trasparenza. I primi attestati di solidarietà sono venuti proprio dal mondo degli archeologi, per i quali la stessa idea dello spostamento dei reperti suonava come uno scherzo di cattivo gusto. “La cosa che sollecita la mia curiosità e presenta, fin da subito, alcuni lati enigmatici è relativa al progetto di rimozione e ricollocazione dei resti archeologici: una procedura, tecnicamente assai problematica, alquanto rara e costosa”, così Giuliano Volpe il 12 settembre sul sito eddyburg, uno dei principali luoghi del dibattito sul territorio su scala nazionale.

Al resto ci hanno pensato proprio i sostenitori del progetto Laika, che per difenderlo con ogni mezzo hanno finito per contribuire a fare da cassa di risonanza: fino all’invasione del Consiglio Comunale in occasione della discussione su un ordine del giorno presentato da Lucia Carlesi, l’unica consigliera contraria all’operazione, accusata di voler togliere il lavoro agli operai e sottoposta a un vero e proprio tentativo di linciaggio politico. Antonella Mansi attacca gli “ambientalisti in cachemere”, e l’assessore Anna Marson risponde per le rime. Ma anche in questo caso quella che sembrava una posizione isolata, a San Casciano, è stata oggetto di una solidarietà ben più vasta e significativa, estesa a tutte le componenti dell’ambientalismo vecchio e nuovo. Anche fra le forze politiche che sostengono la Giunta regionale si sono manifestati seri dubbi sulla correttezza dell’operazione, fino al momento in cui Enrico Rossi ha chiuso ogni spiraglio annunciando la prossima firma del protocollo su “ricollocamento e valorizzazione” dei reperti, visto che è tutto in regola, con il benestare degli organi di tutela. L’archeopatacca si farà, dunque?

A questo punto possiamo promettere solo una cosa: che non staremo a guardare passivamente. Il lavoro di questi due mesi ha fatto emergere tutti i vizi di una vicenda nata male e continuata peggio. Un errore urbanistico iniziale, un disegno campanilistico in nome di presunti interessi dei lavoratori che coincidono con quelli dell’azienda, finisce per produrre una gaffe culturale senza precedenti. Ci dispiace che i dipendenti Laika siano stati tirati in ballo a sproposito per coprire responsabilità politiche (qualcuno ha anche parlato di “scudi umani”). E allora anticipiamo fin d’ora quelle che saranno le nostre domande nei prossimi mesi.

Quanto tempo ci vorrà per spostare i reperti in condizioni di sicurezza? Si parla di completare tutta l’operazione a primavera, del 2012: vogliamo scommettere che si arriverà a quella del 2013?
Quanti soldi costerà l’operazione? Si parla di 400.000 € da parte dell’azienda: e il resto? Il Comune dove li trova, i soldi (cosa che le delibere non chiariscono minimamente)? Li metterà la Regione, e con quale giustificazione? Ricordiamo che per rimpinguare le scarse risorse finanziarie il Comune ha già provveduto a vendere pezzi del proprio patrimonio: continuerà così?
Che aspetto avrà il sito-patacca? Le opere murarie saranno davvero “restaurate” come si sente dire, e inserite in un bel giardino pubblico? Quante risate si faranno i visitatori? O ci sarà da piangere?
E infine, quanti operai resteranno senza lavoro, una volta completata la nuova struttura produttiva, in nome della razionalizzazione invocata dall’azienda? E quali diritti spetteranno ai dipendenti che si sono schierati con il padrone (non si dice più?) legandosi mani e piedi alle sorti dell’azienda?

Sarà molto triste, fra qualche anno, dire che avevamo ragione: quando la frittata sarà fatta, con tutto il danno irreversibile a quel bene comune che è il paesaggio con i suoi valori storici e culturali. Se non possiamo impedire lo scempio, possiamo almeno dire che chi lo ha voluto se ne dovrà assumere la responsabilità, che l’operazione non potrà mai più essere sepolta sotto le formule del “è tutto sotto controllo” e “lasciateci lavorare”. Ci hanno provato, a fare tutto di nascosto: ma non ci sono riusciti. Questa è la nostra modesta vittoria, per ora: provino a sostenere il contrario.

Claudio Greppi si esprime anche a nome della Rete dei comitati per la difesa del territorio.

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giovedì 20 ottobre 2011

L'ambiente o il salario, i rischi di un ricatto

di Paolo Baldeschi, Corriere Fiorentino, giovedì 20 ottobre 2011


Al punto in cui siamo giunti, in piena crisi economica, con la gente che perde il lavoro e deve pagare il mutuo per la casa, è quasi impossibile che si trovi una soluzione alla vicenda Laika che salvi salario e ambiente. Quando si ha la pictola alla tempia si deve mollare la borsa e se fossi nelle condizioni degli operai della Laika anch'io mi batterei per la costruzione del capannone senza ulteriori indugi.

Ma, tuttavia, sarei ben consapevole di essere sotto ricatto. E ciò, a maggior ragione deve valere per sindacalisti e politici che si sono schierati senza fare alcuno sforzo per comprendere le ragioni di chi si è opposto al progetto, quando ancora si poteva trovare una soluzione soddisfacente per tutti.

Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se tutte le imprese industriali che si vogliono rilocalizzare in Toscana o aprire una fabbrica nella nostra regione agissero come la Hymer AG, la multinazionale tedesca che ha rilevato nel 2001 l'azienda: rifiutando di insediarsi nelle zone industriali esistenti, ma pretendendo di scegliere un'area agricola e ottenendo una variante ad hoc degli strumenti urbanistici.

Il nostro territorio sarebe disseminato di capannoni localizzati a casaccio, fuori dalle aree industriali (peraltro piene di stabilimenti dismessi e di lotti inutilizzati); con buona pace del paesaggio e ambiente che non solo sono beni di cui godono tutti, anche gli operai della Laika, ma fattori fondamentali dell'attrattività del territorio rispetto al capitale umano qualificato: i "talenti" necessari per lo sviluppo di produzioni innovative e ad alta intensità di conoscenza, l'unica chance per una modernizzazione della Toscana.

Chi sostiene qui e ora l'insediamento della Laika, dovrebbe essere consapevole che l'intero affare è stato mal condotto dal Comune di San Casciano e che si tratta di un pessimo esempio di gestione del territorio, da non ripetere. E invece no, si è scelto la strada di ridicolizzare gli oppositori, dipinti come difensori del paesaggio cartolina, utilizzando i più vieti e diseducativi slogan polemici. Un atteggiamento tanto più grave da parte dei politici il cui compito fondamentale è di comporre in una sintesi, si spera migliore, i diversi interessi e non di schierarsi acriticamente per una parte.

A meno che la Laika non sia utilizzata come una clava per colpire un avversario politico o presunto tale; tacciandolo addirittura del reato di non essere nato in Toscana (d'altronde come la multinazionale tedesca). Forse neanche il peggiore leghismo arriverebbe a tanto; ma si sa, il problema di buona parte della politica italiana, in questo caso locale, è innanzitutto un drammatico gap culturale.

Paolo Baldeschi ordinario di Pianificazione del Paesaggio

Laika, il sigillo di Rossi «Tutelati scavi e azienda»

Messaggio a Marson: c'è equilibrio, al di là delle singole opinioni

di Alessio Gaggioli, Corriere Fiorentino, giovedì 20 ottobre 2011


Sul nuovo stabilimento della Laika da 326 mila metri cubi, 300 metri di lunghezza per 100 a San Casciano Val di Pesa (località Ponterotto) e sullo spostamento dei reperti etruschi e romani rinvenuti, è arrivato anche l'ultimo sigillo. Quello del governatore Enrico Rossi. Come fosse una escalation di risposte alle perplessità sollevate da comitati, ambientalisti, dall'Italia dei Valori e in tempi non sospetti quando la pratica urbanistica si era appena conclusa o stava concludendosi dall'attuale assessore regionale Anna Marson. L'escalation contro «l'ambientalismo in cachemire che blocca lo sviluppo» era cominciato con la presidente di Confindustria Toscana Antonella Mansi. Poi il turno del segretario regionale della Cgil Alessio Gramolati («non ci convincono coloro che vedono la Toscana solo come terra del buon ritiro e non regione dove investire»), i volantinaggi dei lavoratori. E la reazione stizzita del presidente della Provincia Andrea Barducci alle parole di Marson («il salario non diventi un alibi per non entrare nel merito delle politiche pubbliche»).

Ieri il carico da novanta di Rossi che ha annunciato l'imminente firma del protocollo tra Regione, ministero dei Beni Culturali, Soprintendenza, Comune e Laika per lo «spostamento, la tutela e la valorizzazione» dei reperti archeologici rinvenuti durante i primi lavori a Ponterotto: «Diamo soluzione positiva a un problema che ha suscitato discussioni più che legittime insieme a qualche polemica». Rossi ha ricostruito a grandi linee l'iter burocratico-urbanistico che ha portato Laika dagli scomodi e sparpagliati capannoni di Tavarnelle al maxistabilimento di San Casciano: «La scelta del terreno su cui edificare spettava al Comune. È stata presa legittimamente e non si torna indietro. Il nuovo stabilimento nasce su terreni acquistati a prezzo industriale e vincolati a questo uso per 40 anni. Dal canto suo l'impresa si impegna a finanziare l'operazione di ricollocazione». La Regione, rivendica Rossi, ha sostenuto l'insediamento Laika. Ha messo 3,5 milioni di euro grazie ad un bando europeo che ne ha attivati 14 per la costruzione dello stabilimento. I lavori in tutto ne costeranno 25. Ma paesaggio, patrimonio storico-culturale e sviluppo a Ponterotto hanno trovato una sintesi? La soluzione migliore?

Per Comune e Laika ovviamente sì. Anche per il governatore che ha concluso il suo intervento con un messaggio mirato, indirizzato a chi in questi anni — Marson compresa — ha messo in discussione l'operazione: «Sarebbe stato un errore non prendere questa decisione. Anche alla luce di questo episodio resto convinto che lo sviluppo dell'attività manifatturiera e dell'occupazione, la tutela del paesaggio e dei beni in esso contenuti, lo sviluppo di agricoltura e turismo di qualità e il recupero al posto di nuove edificazioni non siano in conflitto. È su questo equilibrio che la Regione sta puntando per ripartire ed è questo il motore che tiene insieme la maggioranza di governo, al di là delle singole opinioni».

mercoledì 19 ottobre 2011

Da un Segretario Comunale figlio di operaio con profonde radici contadine

Solidarizzo a occhi chiusi con Anna Marson.

Da un Segretario Comunale. Vecchia genie. 
Nel 1500 dalle mie parti, esattamente nello Statuto comunale di Offida del 1542, erano chiamati "Cancellieri"; allora come oggi i Notai dei Comuni; oltre che massimi loro burocrati.

Oggi, a vedere quello che vedono, con la politica ben sopra e oltre, parlo del piano giuridico e tecnico, non solo i Segretari Comunali ma tutta la dirigenza pubblica "fidelizzata e feudalizzata" (prendo le parole riportate mi sembra a pagina 37 del famoso Programma del governo Prodi 2006), a me sembra, e le prese di posizioni di altri Amministratori nei confronti di un Assessore regionale con la fortuna di coniugare competenze tecniche con quelle politiche lo confermano, si è come alla mercé di altro dai principi costituzionali di buon andamento, oltre che legalità e imparzialità della pubblica amministrazione. 

Da un Segretario Comunale figlio di operaio con profonde radici contadine.

19 ottobre 2011 Luigi Meconi

L'Inchiesta di La Repubblica - Archeologia vs industria

A San Casciano (Firenze) è scontro tra le ragioni dell'archeologia e quelle del lavoro. Al centro un capannone industriale e una casa etrusca. Da mesi non si riesce a venirne a capo.

Come conciliare le ragioni della tutela di paesaggio e beni culturali e le ragioni della crescita industriale? La questione continua a proporsi in un paese come l'Italia ricco di un patrimonio inestimabile, sul quale gravano incuria e indifferenza. Talvolta le due ragioni riescono a convivere, ma molto spesso l'elemento che prevale è il conflitto. Nascono lunghi e faticosi contenziosi che producono solo paralisi. Tanto più insopportabili in un periodo di crisi.

realizzata da Francesco Erbani insieme a Mario Neri per il video della parte toscana, Le Inchieste di La Repubblica online, 17 ottobre 2011

1 IL CASO - I posti di lavoro o l'archeologia? Scontro nel cuore della Toscana
2 IL CONFRONTO - Fabbrica o casa etrusca?
3 IL CASO - Sepino, l'antico tratturo romano scassato dalla strada dell'eolico
4 LA CENSURA - E la Soprintendenza chiama i carabinieri
5 IL VIDEO - "Andatevene, le riprese qui sono vietate"
6 LE IMMAGINI - La casa etrusca pomo della discordia

Questa inchiesta si muove fra la Toscana e il Molise. L'ha realizzata Francesco Erbani insieme a Mario Neri per il video della parte toscana. A San Casciano vengono rinvenuti i reperti di due edifici, uno etrusco, l'altro romano, nel cantiere dove si costruisce un capannone industriale di 300 mila metri cubi. Il Comune e l'azienda decidono di smontare i reperti e di rimontarli su una collinetta artificiale. È un'archeopatacca, insorgono le associazioni ambientaliste, che già avevano contestato la localizzazione della fabbrica. Il braccio di ferro è durissimo. I nervi tesi, come dimostra il fatto che la Soprintendenza di Firenze, favorevole alla ricollocazione, ha fatto chiamare i carabinieri per impedire ai nostri giornalisti di filmare o fotografare il sito archeologico.

Nel Molise, invece, potrebbe sorgere un impianto eolico lungo il crinale di una collina che sovrasta il sito archeologico di Saepinum, città prima sannitica e poi romana. Inoltre le pale, alte centotrenta metri, verrebbero impiantate lungo un antico tratturo. La strada, dove è visibile la pavimentazione romana, è stata ricoperta di pietrisco e usata come strada di cantiere. La Procura indaga e il Gip ha sequestrato il sito.

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L'Inchiesta di La Repubblica - I posti di lavoro o l'archeologia? Scontro nel cuore della Toscana

IL CASO - I posti di lavoro o l'archeologia? Scontro nel cuore della Toscana
di Francesco Erbani, La Repubblica online, 17 ottobre 2011


Succede a San Casciano Val di Pesa, in provincia di Firenze. Nel costruire il nuovo capannone di una fabbrica di camper, sono stati trovati i resti di una casa etrusca e di una romana. Soprintendenza e Comune sono d'accordo per smontarli e rimontarli in un apposito "parco archeologico". Ma la polemica adesso infuria
La fabbrica o la casa etrusca? A San Casciano Val di Pesa, provincia di Firenze, la soluzione sembra trovata: la casa etrusca la smontiamo pezzo per pezzo e pezzo per pezzo la ricostruiamo su una collinetta artificiale che ospiterà anche i ruderi di una casa romana. L’importante è che non si intralci il capannone industriale - 326mila metri cubi, 300 metri di lunghezza per 100 - durante la costruzione del quale sono stati rinvenuti i reperti sia della casa etrusca che di quella romana. Erano tutti d’accordo: la Laika, proprietaria del terreno e del futuro capannone, un’azienda che fabbrica camper, di proprietà della tedesca Hymer; il Comune, con una giunta a guida Pd; la Soprintendenza archeologica e il Comitato di settore del ministero per i Beni culturali. Sembrava fatta. Il progetto risale al giugno del 2010, le autorizzazioni procedono spedite, nessuno in paese ne sa nulla. Improvvisamente, sul finir dell’estate 2011, la notizia buca il velo di riservatezza e scoppia il finimondo. Intervengono le associazioni di tutela (Italia Nostra, Legambiente, Wwf), la Rete dei comitati toscani presieduta da Alberto Asor Rosa, ne scrive Salvatore Settis: quei muri hanno senso solo nel loro contesto, spostarli è un falso, un’operazione culturalmente inattendibile, un’archeopatacca.

E così il cantiere è fermo, chiuso da un recinto. La vicenda vede schierati su fronti opposti parti della sinistra, anche di quella più radicale. Rifondazione comunista e una lista civica a favore di una soluzione che contempli tutela archeologica, valorizzazione del territorio e difesa dell’occupazione; Pd, Cgil e Fiom furenti contro gli ambientalisti che per difendere i reperti metterebbero a rischio 240 posti di lavoro (tanti sono i dipendenti della Laika, attualmente impiegati nei vecchi stabilimenti). Uno scontro ruvido che ha raggiunto il culmine durante il consiglio comunale che qualche sera fa doveva discutere un ordine del giorno presentato da Lucia Carlesi (eletta nella lista Laboratorio per un’altra San Casciano, alleata di Rifondazione). Assistono alla riunione un centinaio di operai. Contestazioni, urla, parole grosse.

"Da anni sosteniamo che localizzare lo stabilimento della Laika in un’area agricola, di grande pregio paesaggistico e archeologico, era uno sbaglio", spiega Lucia Carlesi. "E ora i ritrovamenti lo dimostrano. Tutti sanno che questa è zona archeologica. Non si potevano fare sondaggi preventivi? Non c’erano altre aree? Questa è un’operazione di rendita immobiliare che niente ha a che fare con gli interessi dei lavoratori e della collettività". Replica dalle pagine fiorentine di Repubblica Alessio Gramolati, segretario della Cgil Toscana: "Non abbiamo nulla contro gli etruschi o contro l’ambientalismo. Siamo convinti che la sostenibilità è la frontiera obbligata dello sviluppo. Ma non un alibi per fermarlo. Perciò non ci convincono coloro che vedono la Toscana unicamente come terra del buon ritiro e non regione dove investire".

Se in dieci anni non si è riusciti a costruire il capannone non è colpa degli ambientalisti, insiste Claudio Greppi, geografo dell’Università di Siena e esponente della Rete. "Abbiamo sempre detto che questa era una soluzione poco praticabile. L’acquisto dell’area è del 2001, ma solo nel 2006 viene adottata la variante che trasforma in industriale un terreno che era agricolo". E poi, si domandano gli ambientalisti, perché il nuovo stabilimento è così grande, ben più grande dei capannoni dove attualmente si lavora? Sono stati presentati esposti e ricorsi, sempre respinti dai giudici. Fra gli avversari della localizzazione anche Anna Marson, docente di urbanistica e ora assessore regionale.

Favorevoli e contrari si fronteggiano da anni. Ma nel corso del 2010 spuntano i reperti. Sono resti di due case. Una, quella tardo etrusca (III secolo a.C.) è a un’estremità del perimetro del capannone, l’altra, quella di epoca romano-ellenistica, al capo opposto. Sono ambienti di diversa ampiezza. Ma di essi si sa poco o niente. Ancora non c’è una relazione definitiva della Soprintendenza che chiarisca quale sia il valore dei ritrovamenti. Subito dopo la scoperta, però, la Laika e il Comune si accordano per smontare i muri e ricollocarli sulla collinetta artificiale. A novembre del 2010 vengono informati la Direzione regionale dei Beni culturali e il Ministero. E dopo qualche mese, a gennaio 2011, arrivano le autorizzazioni.

La soprintendente archeologica, Maria Rosaria Barbera, non ha ancora visto i reperti. Dirige la sede fiorentina da gennaio. "I ritrovamenti non hanno grandissimo valore", assicura Barbera. "Lo smontaggio e il rimontaggio sono le uniche soluzioni possibili, vagliate e approvate da tutti gli organi tecnici", aggiunge la soprintendente ricordando che nel Comitato di settore del ministero siedono archeologi di esperienza come Giuseppe Sassatelli e Mario Torelli. Ma non era possibile lasciare lì i reperti e chiedere una leggera modifica al progetto? In fondo si trattava di arretrare di pochi metri, il capannone di metri ne conta 300... "Se avessimo deciso altrimenti lo scavo non sarebbe potuto andare avanti. E poi smontare e rimontare consente anche una migliore conoscenza delle strutture murarie". Chi paga per queste operazioni? "La Soprintendenza no di sicuro".

Stando agli accordi, la Laika paga lo smontaggio, la sistemazione e la valorizzazione spettano al Comune. Si parla anche della Regione, ma la giunta non si è ancora pronunciata. Il tema dei costi, insieme a quello della credibilità culturale dell’operazione, è fra i più dubbi, secondo Giuliano Volpe, archeologo di fama e rettore dell’Università di Foggia: "Smontare e rimontare è una procedura complessa e costosa, che l’archeologia conosce bene. È riservata a scoperte eccezionali oppure a mosaici o parti di pavimentazione. Meno alle murature. Nel 1998 abbiamo staccato i mosaici della chiesa paleocristiana di San Giusto, vicino a Lucera, che ancora sono in attesa di collocazione. Ma l’operazione è stata giustificata dalla costruzione di una diga. Non per far posto a uno stabilimento". Inoltre, se si tratta effettivamente di piccoli muri di scarso valore, perché, aggiunge Volpe, "spendere tanti soldi per un finto parco archeologico che tratta i reperti come componente d’arredo"? Si abbia il coraggio di portare la decisione alle estreme conseguenze: "Si documenti e si pubblichi l’intero contesto archeologico, e lo si sacrifichi autorizzando la costruzione del capannone al di sopra dei resti".

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L'Inchiesta di La Repubblica - Fabbrica o casa etrusca?


IL CONFRONTO - Fabbrica o casa etrusca?
di Francesco Erbani, La Repubblica online, 17 ottobre 2011


Ecco il racconto, con i punti di vista dei diversi protagonisti, che va in onda da tempo nella pace della campagna fiorentina in quel di San Casciano. La Laika (camper) vuol costruire un capannone industriale, ma nel terreno saltano fuori importanti reperti archeologici. Si trova una soluzione (spostare i reperti) un po' "italiana" e scoppia la guerra.

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